• 15
    Gen
    2018
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[Storie] Little Big Foot | Parte 7 di Massimiliano Filadoro con le illustrazioni di Adriana Farina

Con accortezza, Ozzy tirò fuori la maschera dallo zaino. Per un momento la guardò, orgoglioso, incrociando il suo sguardo con quello vuoto della faccia di gomma, nei buchi destinati agli occhi.

Sospirando si rese conto che gli mancava ancora molto per raggiungere l’abilità del nonno.

Mentre il “vestito” da scimmione l’aveva cucito con le sue mani, la maschera era opera del nonno. E lui l’aveva rubata (non dire quella parola)… presa in prestito, senza dirgli niente!

La maschera riproduceva nei minimi dettagli il viso scimmiesco e nello stesso tempo umano di un Big Foot.

Pieno di eccitazione Ozzy, si infilò la maschera.

Per un momento restò lì, a respirare il caldo odore della gomma, non del tutto spiacevole.

Si immaginò a guardarsi da fuori: se qualcuno l’avesse visto di certo l’avrebbe scambiato per un piccolo Sasquatch. E se questo qualcuno non fosse stato umano…

Era questo il piano di Ozzy, che ora, con indosso la maschera, gli sembrava meno folle di quanto negli ultimi minuti avesse pensato.

Si sa, i Sasquatch sono creature timide e schive, che non amano farsi vedere dagli uomini.

Ma se avessero visto un loro simile…

Baldanzoso, Ozzy nascose lo zaino in un cespuglio e poi, con il cuore traboccante di un entusiasmo che forse non aveva mai provato in vita sua¸ s’incamminò per la via sterrata, immersa nella penombra degli alberi. Era tempo di conoscere veri Mostri!

 

Appena una ventina di minuti dopo, la fiamma dell’entusiasmo di Ozzy era diventata un flebile luminicino.

Camminare nel bosco a caccia di mostri non era certo come se l’era immaginato. Dopo una ventina di passi aveva dovuto togliersi la maschera, dal momento che non riusciva più a respirare.

Intanto le ombre del sottobosco si erano infittite, facendosi nere e profonde come macchie d’inchiostro. Anche i rumori sembravano diversi, ora. Scricchiolii, brusii e fruscii accompagnavano Ozzie passo passo, mettendogli addosso un’agitazione che andava via via crescendo.

E questo pensiero non faceva altro che far arrabbiare ancor di più il ragazzino. Come era possibile, si chiedeva, andare a caccia di mostri e aver paura? Le due cose erano in forte contraddizione. Aver paura era una eventualità che non aveva minimamente calcolato.

Seguito dalla nuvoletta scura di queste sensazioni, Ozzy si accorse dell’orma un attimo prima di calpestarla.

Fece un balzo indietro come se avesse messo il piede su un cespuglio d’ortica.

Rimase lì un bel pezzo, a guardare per terra. Per quanto guardasse la “cosa”, la sua testa evidentemente si rifiutava di elaborare l’informazione. “No, non è possibile”, sembrava dirgli il cervello, “caro Ozzy, stai vedendo male.”

Poi qualche ingranaggio finalmente si sbloccò, e il cervello si decise.

“Sì, è proprio l’impronta di un piede” dichiarò ad alta voce Ozzy.

“Un piede di quattro dita con unghie lunghe dieci centimetri”.

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